La donna ne vedeva di tutti i colori

Nel 1985, 14 anni prima che l’ONU istituisse la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne,  Nuto Revelli pubblica per Einaudi L’anello forte. 260 testimonianze raccolte a partire dal 1977, nel Cuneese. Il titolo  rovescia il luogo comune del “sesso debole” e cerca di rendere merito e giustizia alle donne, che nel mondo contadino, dietro a un’immagine subalterna hanno sempre manifestato una forza tenace e resistente. Oltre a condividere gran parte della fatica degli uomini, hanno gestito le faccende domestiche e messo al mondo, allevato e nutrito nidiate di figli. Il libro è focalizzato sul Cuneese, ma la vita non era poi molto diversa nelle nostre vallate. Una vita dura di fatica e di miseria per gli uomini, ma ancor più per le donne. Il femminicidio è la punta estrema della violenza di genere, ma leggendo le testimonianze del libro mi ha colpito la quotidianità della violenza, quella che non raggiunge l’apice, ma è diffusa e umiliante. L’adolescente rapata e costretta a vendere i capelli, la moglie esclusa dalle decisioni e dalla gestione economica, trattata come una serva dal marito e dalla nuova famiglia, il sesso e le gravidanze imposte, la sistematica colpevolizzazione morale … Un elenco lungo e la sensazione inquietante che in queste interviste non sia stato detto tutto. La testimonianza di Maria, classe 1897, compendia molte cose: la miseria, l’emigrazione clandestina e la fatica nei campi. Dopo il matrimonio dover lavorare come un uomo e in più accudire la casa e i figli e quella chiusura di intervista che toglie speranza:  “Poi hanno incominciato i figli a fare la nostra vita”.

MARIA ABELLO IN LAUGERO, nata a Cucchiales di Stroppo, classe 1897, intervistata nel 1979.

Noi eravamo padre, madre, e tre sorelle. […]. Terra poca, pochissima. Tenevamo una vacca. Mio padre andava in Francia, a Parigi, per guadagnare qualche soldo, era sempre a Parigi: lavorava ai forni, un cattivo lavoro, ma guadagnava due giornate in una, tre lire al giorno. Aveva fatto anche “’l caveié”. È andato quattro anni all’inverno in Savoia. Andava nei conventi, lì tante suore si facevano tagliare i capelli, e poi dalle donne fuori, come pagamento per i capelli dava due metri di stoffa per una vesta, eh, la miseria fa fare di tutto, era così anche per noi, per una vestina ci facevamo tagliare i capelli. Anch’io ho venduto i capelli da giovane, avrò avuto otto, dieci anni, avevo già i capelli lunghi, è passato quello di Elva con la stoffa, davano la vestina… Per tagliarli facevano scendere i capelli sul davanti, e loro li tagliavano tutto attorno, lasciandoci una corona in testa come ai preti. Certo non mi piaceva mica tanto. Me li hanno tagliati quattro volte. L’ultima volta avevo quattordici anni, non volevo, poi… Era l’estrema miseria. […]. Sono andata in Francia a quattordici anni. Eravamo una banda di ragazze di qui. Siamo andate in vettura a Dronero e poi in treno a Hyères. Era la prima volta, e ne ho fatto dei pianti. Ho pianto tutto l’inverno. Non avevamo nessun documento, solo la fede di nascita che ci rilasciava il Comune, e costava quattro soldi. Sono andata sei anni a Hyères, nell’inverno a cogliere i fiori e la verdura: coglievamo i piselli, i fagiolini, fino al 20 giugno. Poi a casa. Ed a settembre ripartivamo. Quanto si guadagnava? I fagioli a peso, più ne raccoglievamo più guadagnavamo, un soldo per chilo, cominciavamo che era appena giorno. C’era da rompersi la schiena. Ed ai mazzetti di viole pagavano tanto per mazzetto, i mazzetti di quaranta viole con la coda lunga, e quelli di quindici viole, e le foglie attorno ben aggiustate. […]. Le viole le mandavano a Parigi e Londra. […]. Guadagnavamo cinquanta soldi il giorno, due lire e dieci soldi, e risparmiavamo. Un anno ho portato a casa duecento lire. Pagavano tutto a marenghini d’oro. Io mi ero fatto un piccolo sacchetto che tenevo legato al seno. Facevamo una miseria per portare quei pochi soldi a casa…, sembrava che portassimo l’America! […]. Sei anni a Hyères, poi un anno mi sono affittata a Nizza da serva, venticinque lire al mese. […]. Mi sono sposata del 1928, avevo trentun anni. Il mio uomo, Vincens, lavorava a Parigi, allora siamo subito andati in Francia. Siamo passati dal colle perché non avevamo le carte, tutto di nascosto, dal colle Le Scalun. Camminavamo solo di notte, perché se ci prendevano senza carte ci mandavano indietro. C’eravamo io, Vincens, e un altro. E Vincens ha sbagliato strada. Invece di scendere a Barcellonette siamo scesi all’Argentera. Vincens è andato a vedere, là dove c’era accesa la luce. È tornato indietro di corsa: “Andiamo solo su che siamo nella trappola”, in quella casa c’era la finanza… Allora abbiamo preso per la montagna. Abbiamo camminato quattro notti, fino al giovedì. Di giorno stavamo nascosti tra le pietre o in un fienile. Siamo poi arrivati finalmente a Barcellonette. Ci siamo presentati ai gendarmi che ci hanno fatto le carte. Lì Vincens lavorava a fare il fieno e io da serva. Poi siamo andati a Grasse, dove lui lavorava da muratore. Ed infine a Parigi. Oh, mi piaceva stare a Parigi. Lui guadagnava da muratore trenta lire al giorno. […]. Là a Parigi sono rimasta tre anni. Poi lui ha avuto una disgrazia, lavorava in un pozzo, è precipitato nel pozzo di ventitre metri ed è rimasto invalido. Siamo stati obbligati a tornare qui. […]. Ho avuto sei figli, di cui due morti e quattro vivi. […]. La donna era più sacrificata dell’uomo, aveva la casa e la campagna. Un anno mi hanno preso la rosolia tutti sei i bambini. Io li ho chiusi dentro alla stanza. Lui era su in montagna, aspettava che gli portassi da mangiare. Sono andata su e sono tornata a casa che era notte. Uno dei bambini si era addormentato per terra. Questo era peggio che le bestie, eppure era una vita così. Eh la donna ne vedeva di tutti i colori. Arrivavamo col carico di fieno, frenando con la schiena la slitta o tirandola, anch’io a tirare, tutte le sere. Arrivavo… Bisognava “ciadlè le vache e le masnà”, e dopo a sistemare il fieno per avere le corde libere l’indomani per tornare in montagna, allora passava la notte. A volte mi addormentavo sul fieno dal sonno, cadevo dal sonno mentre lui disfaceva le corde del carico, ah se mi sedevo un minuto mi addormentavo… Andavo a dormire alle due del mattino, alle quattro ero già in piedi, lui andava in montagna a fare il fieno, io preparavo la polenta. A mezzogiorno caricavo il mulo con le slitte, due “lèʃe” e la coppia di corde, e camminavo due ore in salita per arrivare lassù. Aiutavo a rastrellare, facevamo il carico e tornavamo giù che era quasi notte. I bambini rimanevano soli nella stanza a rosicchiare un pezzo di pane… Poi hanno incominciato i figli a fare la nostra vita. […].

5L A.S. 2016-17, Istituto Pascal Giaveno

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita  dall’ONU nel 1999. È stato scelto il 25 novembre, giorno in cui, nel 1960, le tre sorelle Mirabal, mogli di prigionieri politici, vennero sequestrate, stuprate, massacrate e uccise per ordine del dittatore Trujillo della Repubblica Dominicana. La data della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne segna anche l’inizio dei “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere” che precedono la Giornata mondiale dei diritti umani il 10 dicembre di ogni anno, per sottolineare che la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani. Dal 2014 la campagna contro la violenza di genere ha assunto lo slogan “Orange the World” e il colore arancione la identifica. In molti paesi, come l’Italia, il colore esibito in questa giornata è il rosso e uno degli oggetti simbolo è rappresentato da scarpe rosse da donna, allineate nelle piazze o in luoghi pubblici, a rappresentare le vittime di violenza e femminicidio. L’idea è nata da un’installazione dell’artista messicana Elina Chauvet, “Zapatos Rojos”, realizzata nel 2009 in una piazza di Ciudad Juarez, e ispirata all’omicidio della sorella per mano del marito e alle centinaia di donne rapite e assassinate in questa città di frontiera nel nord del Messico, nodo del mercato della droga e degli esseri umani.

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