Provonda di Giaveno, novembre 1944: i nazifascisti rubavano di tutto, anche le vite umane.

La repressione dei nazifascisti ha dato il peggio di sé nell’autunno del 1944. Dopo la caduta della linea Gustav, la liberazione di Roma, lo sbarco in Normandia sentivano puzza di sconfitta. Mentre gli Alleati raggiungevano l’Appennino, non solo le montagne, ma anche i paesi di fondovalle e perfino Alba venivano occupati dai partigiani. La frustrazione diventava ferocia, vendetta, accanimento sugli inermi. Le sconfitte nei combattimenti i soldati le vendicavano infierendo sulla popolazione. Ma forse il termine soldato è improprio, leggendo le testimonianze e le richieste di danni dopo il brutale rastrellamento del novembre 1944, le parole più appropriate sono: ladri, sciacalli, assassini.

“Si era nelle loro mani”

Dopo aver sorpreso i partigiani della brigata “Antonio Catania” alla Verna di Cumiana, i rastrellatori circondano la Val Sangone e la bloccano. Nessuno può scendere oltre Trana e uscire dal cerchio, nemmeno le donne. Al mattino di mercoledì 29 novembre si ha notizia che il rastrellamento si svolge su per la montagna con i tedeschi che incendiano le borgate e uccidono… A mezzogiorno compaiono in paese e l’altoparlante dice ai quattro venti che l’ordine sta per essere riportato in paese. Il coprifuoco comincia alle 14.00, chi sarà trovato fuori sarà passato per le armi.  Incominciano le perquisizioni.  Drappelli e soldati tedeschi non sono più guidati da ufficiali e graduati, sfondano le porte che non si aprono ai loro colpi.

L’ordine dei comandi partigiani è di lasciar filtrare le pattuglie tedesche che battono la montagna, senza impegnarsi in combattimento. I nascondigli predisposti avrebbero dovuto garantire l’occultamento. La tattica riesce solo nella zona di Forno. Nella zona di Provonda – Prese della Franza, la prima ad essere investita dall’attacco e dove le forze tedesche si concentrano più numerose, le bande «Frico» e «Campana» vengono sorprese dai rastrellatori senza avere il tempo di raggiungere i rifugi. Per sfuggire all’accerchiamento le formazioni di Federico Tallarico e Guido Usseglio combattono in ritirata e cercano di disperdersi verso la valle della Chisola. Vi sono scontri al Fusero, alla Merlera, alla Tora, a Budini, alle Prese della Franza: una decina di uomini cadono sul campo, altri sono catturati.  Mentre i partigiani cercano di sfuggire ai pattugliamenti nazifascisti, la popolazione civile si trova di fronte ad un’offensiva che non fa distinzione tra uomini delle bande e valligiani. Se la memoria del rastrellamento di maggio è legata alla fossa comune di Forno e alla fucilazione dei combattenti catturati, quella di novembre è legata invece alle atrocità contro i civili, agli incendi delle borgate, ai saccheggi.  In questi giorni vengono uccisi la maggior parte dei cinquanta civili di Giaveno caduti durante la Resistenza: 15 a Provonda, 6 a Mollar dei Franchi, 16 tra Ruata Sangone e Monterossino.  E negli stessi giorni vengono incendiate intere frazioni dell’alta valle: Fusero, Ciamussera, Prese Loiri, Dindalera, Praverdino, Polatera.  La montagna paga il prezzo della sua adesione al movimento resistenziale, della complicità con i partigiani, del rifugio offerto alle bande.

 “ll rastrellamento di novembre l’hanno fatto più su di noi, sulla gente, che sui partigiani. Entravano nelle case, bruciavano, rubavano. Si vedeva che per loro non faceva differenza, partigiano o no, qui ormai eravamo tutti ribelli per i tedeschi” ricorda Luigi Oliva, classe 1910.

Sulle case di Provonda lapidi, croce e fotografie ricordano che il 29 novembre 1944 “I nazifascisti stroncarono col piombo la giovinezza di Moschietto Mea Elda ed Usseglio Nanot Irene, entrambe di 22 anni.

Si sono buttati contro la gente e non hanno risparmiato nessuno. A Provonda hanno messo al muro le tre sorelle Moschietto, la madre si è buttata in mezzo perché fucilassero anche lei. Allora gliene hanno lasciata libera una, poi hanno sparato. Facevano le cose con tanta fretta, che non guardavano neanche se avevano ucciso davvero. Infatti una di quelle ragazze era solo ferita, è rimasta immobile fino a che se ne sono andati, cosi si è salvata. Era questa la tragedia. Al mattino erano una famiglia con tre figlie, poi dovevano essere ammazzate tutte, alla fine è morta solo una, la Elda, che aveva ventidue anni. Si era talmente nelle loro mani che si poteva morire o restare salvi senza un motivo, senza un perché” conclude Ines Barone, maestra e staffetta partigiana. Alla borgata Ceca di Provonda l’episodio più atroce. Bruno Viretto, un ragazzo di quattordici anni, bruciava nel rogo della sua casa con la madre, una zia e un’anziana congiunta: un adolescente e tre donne arsi vivi perché la zona era stata sede delle bande.

Tre delle vittime dell’episodio più atroce del rastrellamento, bruciate nella loro casa incendiata dai nazifascisti.

Mentre la truppa saccheggiava liberamente, il Comando tedesco decideva l’esecuzione dei partigiani catturati: 17 uomini, alcuni dei quali prelevati dalle carceri di Torino, erano fucilati sulla piazza di Giaveno il 30 novembre e lasciati esposti sino al mattino successivo: ”era la stessa scena di maggio: gli sparavano costringendo la gente a guardare, poi volevano che i corpi non fossero sepolti e guai se qualcuno si avvicinava” (Onorina Oliva 1918 negoziante di Coazze).

«Adesso è persino difficile ricordare quando le cose sono capitate, le tragedie erano quasi tutti i giorni quando c’erano i rastrellamenti. Quelli che hanno fucilato a novembre erano partigiani, ma non tutti di qui: alcuni erano della val Chisone e li avevano presi alla Verna. Ma per noi erano dei ragazzi morti, che ci obbligavano a guardarli, e facevano pietà e non si poteva fare niente, neanche per metterli nella tomba›› (Giuseppina Battagliotti, 1913, operaia di Giaveno). Il 1° dicembre, dopo quattro giorni di violenze, i nazifascisti lasciavano Giaveno, paghi dell’esempio dato alla popolazione e alle formazioni: «partigiani non ne avevano presi molti, ma il loro intento era terrorizzare la gente e con i sistemi che usavano c’erano riusciti›› (Ines Barone) «si, se ne andavano, ma lasciavano addosso alla gente il terrore›› (Luigi Oliva).

 Le guerre non si vincono uccidendo donne e bambini, non si diventa ricchi rubando lenzuola, calze e orologi alla povera gente, si disonora la divisa e ci si copre d’infamia.

Vittime civili di Giaveno

Arbrun Giovanni,  Barone Camilla,  Barone Galet Esterina, Barone Governator Mario, Battagliotti Pierino, Balocca Riccardo,  Brandol Lorenzo, Cena Renato,  Clementi Mario,  Clementi Raul, Collino Giovanni Battista,  Dalmasso Umberto, Ferlanda Giovanni,  Gallino Michele,  Gattino Lorenzo, Giai Baudissard Francesco, Giai Chel Massimina, Giai Via Antonio,  Giai Via Carlo, Gillia Carlo, Guglielmino Luigi Maurizio, Maritano Michele Giuseppe, Merlo Costantino, Merlo Giovanni, Merlo Nanot Prudente Costantino, Moschietto Aldo, Moschietto Carlo,  Moschietto Celeste, Moschietto Ferdinando, Moschietto Giuseppe, Moschietto La Fransa Eugenio, Moschietto Mea Elda,  Ostorero Candido, Pessiva Giuseppe,  Portigliatti Andrea, Portigliatti Barbos Dario,  Tessa Giuseppe Demetrio, Ughetto Mario,  Ughetto Budin Rosa Emilia, Ughetti La Croia Luigi,  Ughetto Piampaschet Basilio, Ughetto Piampaschet Giuseppe fu Basilio, Ughetto Piampaschet Giuseppe fu Michele, Ughetto Piamp. Lorenzo, Ughetto Piamp. Stefano, Usseglio Irene, Usseglio Carlevè Felice, Usseglio Viretta Felice,  Virano Pietro,  Viretto Cit Felice, Viretto Cesarina Esterina, Viretto Felice Bruno,  Viretto Giuseppe

“Rubavano anche le scarpe”

Le testimonianze dettagliate del rastrellamento sono raccolte in 214 esposti indirizzati nel dopoguerra al comune di Giaveno (Archivio Giaveno, cat VIII, classe 3, fascicolo g: “Denunce per danni subiti nel rastrellamento del novembre 1944”), in cui vengono denunciati i danni subiti: i calcoli fatti dal CLN raggiungevano una cifra di parecchi milioni. Nelle borgate dell’alta valle il saccheggio era sistematico:

«La sottoscritta Moschietto Frida, abitante in frazione Fusero, rende noto che nel giorno 28 novembre 1944 militari che parlavano tedesco e italiano, inoltratisi violentemente nella nostra casa, asportavano ogni oggetto di valore: 16 lenzuola, 24 asciugamani, 1 coperta, 12 camicie, 3 maglie di lana, un servizio da tavola››;

«Il sottoscritto Usseglio Mattiet Felice, abitante in frazione Mattiet, rende noto che il 30 novembre 1944 i soldati tedeschi dopo aver rubato un orologio di legno nero, un paio di pantaloni da uomo, 7 lenzuola, asportavano da un cassetto la somma di lire 1.500. Poi davano fuoco al sottotetto ed era distrutto il raccolta di fieno considerato in quintali 20. Le fiamme distruggevano parte del tetto››;

«Il sottoscritto Rolando Giuseppe rende noto che nel rastrellamento del 28-29-30 novembre l944 erano incendiate la sua casa di frazione Tora e quella di frazione Provonda, con distruzione di quanto contenevano (mobili, biancheria, raccolta di legna, fieno e foglie)››.

 Nella bassa valle gli incendi erano meno frequenti, ma i furti non risparmiavano nessuno: negozianti, contadini, sfollati subivano ugualmente le prepotenze della truppa. Il ragionier Martino Macaluso, impiegato presso le Ferrovie, sfollato alla frazione Bussone di Giaveno, completava la denuncia con una descrizione dei fatti significativa nella sua ingenuità: «Sia perché lo scrivente appartiene a un’industria protetta dalle forze armate tedesche, sia perché sfollato e quindi estraneo a tali luoghi, i soldati tedeschi non avrebbero dovuto apportargli nessun danno. Invece il soldato a cui lo scrivente ha consegnato i propri documenti appena entrato in casa, gli ha strappato violentemente l’orologio d’argento e la catena dal panciotto. Poi i soldati non hanno voluto che il sottoscritto assistesse, come aveva diritto, alla perquisizione, ma lo hanno cacciato fuori di casa con alte grida, malgrado la sua protesta. Allo scrivente non si permise di entrare in casa propria neanche dopo che i soldati uscirono, ma dovette aspettare che fossero lontani, circa due ore dopo. Quando il sottoscritto poté entrare, constatò i danni subiti: due paia di scarpe, uno nero e l`altro arancione; l2 paia di calze di seta nuove; 8 paia di calze di filo; 24 fazzoletti di tela; 4 coupons di due buoni del tesoro italiano nominativi di lire 500 cadauno; 24 pacchetti di sigarette (le razioni di due mesi avute con la propria tessera, che il sottoscritto non aveva potuto ancora fumare perché indisposto)››.

Più drammatica l’esperienza di Marcella Varone, anch’essa sfollata, ma a documento di una stessa logica di intimidazione: «la sottoscritta denuncia che il 29 novembre soldati tedeschi sono entrati nella sua abitazione sfondando la porta, che per paura della scrivente era stata chiusa dall`interno. Un soldato spingeva a terra la sottoscritta e la colpiva con gli scarponi, per le quali ferite la sottoscritta doveva farsi curare all’ospedale di Giaveno. l soldati buttavano all’aria tutte le due stanze, facendo cadere i mobili che si rompevano. Non avendo trovato nulla che dimostrava che la sottoscritta era complice dei ribelli, i soldati si allontanavano asportando una borsa di cuoio marrone, dove la sottoscritta aveva lire 5.000 e alcune carte››.

 Testimonianze e passi liberamente tratti da La Resistenza alle porte di Torino di Gianni Oliva, 1989.

La Resistenza alle porte di Torino, Gianni Oliva, Angeli Editore, 1989
Una commemorazione presso il cimitero di Provonda
Nel 50° anniversario del rastrellamento del 28-30 novembre 1944 è stato pubblicato per iniziativa dell’ANPI e del Comune di Giaveno un libretto che ricorda le 52 vittime civili giavenesi e i luoghi della loro uccisione.

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