L’eco d’un nome sul sentiero Frassati: Melania … Melagna

Quando nel 1997 gli “Amici del Ciargiùr” rifecero la chiesa della borgata, accanto posero una fontana e la intitolarono a Pier Giorgio Frassati. Studente di ingegneria, figlio dl Alfredo, fondatore e direttore de “La Stampa”, si dedicava ai poveri e amava la montagna. Un paio di volte salì ai Picchi del Pagliaio, nel giugno del 1923 e nel maggio del 1925, pochi mesi prima di morire il 4 luglio 1925, a 24 anni, di una poliomielite fulminante. Anche se non risulta tra i sentieri che il CAI in ogni regione d’Italia ha ufficialmente dedicato al giovane alpinista, per noi in Val Sangone il sentiero che dal Ciargiùr d’amùŋ sale ai Picchi del Pagliaio è il “Sentiero Frassati”. E da quegli anni la Festa del Ciargiùr si è sdoppiata.  A quella tradizionale che si tiene la terza domenica di agosto, in ricordo della inaugurazione della chiesa intitolata al Cuore Immacolato di Maria, avvenuta il 22 agosto 1948, si è aggiunta quella della prima domenica di luglio, in ricordo di Pier Giorgio Frassati. A luglio si teneva già la “Festa dei Picchi”, anche se legata ad un avvenimento tragico, la morte di Alberto Cuatto e Pierluigi Terzago che sui Picchi del Pagliaio persero la vita il 14 luglio 1963, ricordati con una corsa in montagna da Cervelli ai Picchi. Organizzata dalla società sportiva che ne aveva preso il nome, durò dal 1970 per 21 edizioni.

Anche se Don Antonio Cojazzi, nel libro che nel 1928 dedicò a Frassati, non lo cita tra le tante escursioni compiute da Pier Giorgio, il suo passaggio in Val Sangone ha lasciato una testimonianza “viva”.

Pur appartenendo ad una famiglia molto agiata, Pier Giorgio e la sorella Luciana erano allevati in modo spartano e lui, studente di ingegneria, non aveva mai molti soldi. Spesso li donava ai poveri e per le gite si arrangiava in economia. Per le salite ai Picchi del Pagliaio si appoggiava alle Pre∫e du Brürái (baite della brughiera), dove dormiva in un fienile con i compagni di escursione. Come racconta sinteticamente (nel n.4 di I chi amùn del 2016) Elio Ruffino: “Questi ruderi che a noi appaiono così insignificanti custodiscono in realtà una grande storia. In questo luogo, ospite di Silvìŋ e Lureŋsä, si fermava a dormire, prima delle sue ascensioni ai Picchi del Pagliaio, Piergiorgio Frassati, a volte con alcuni amici tra i quali anche un’amica di nome Melania. La padrona di casa rimase colpita dal nome della ragazza, certamente non comune e mai usato a Forno e pensava tra sé che se le fosse nata una bambina l’avrebbe chiamata così. Lei ebbe solo due maschi e fu così che confidò il suo desiderio ad un’amica, la Gné∫a dä Cä-Véi, la quale quando le nacque una bimba la chiamò appunto Melania. Destino volle che una volta adulta divenisse la nuora di Lureŋsä e che per un periodo andasse ad abitare al Pre∫e du Brürái”.

La fontana sul “Sentiero Frassati” accanto alla nuova chiesa del Ciargiùr, inaugurata nel 1997.
La targa ricorda le due ascensioni ai Picchi del Pagliaio compiute da Frassati, nel giugno del 1923 e nel maggio del 1925
Pier Giorgio Frassati, Testimonianze raccolte da don A. Cojazzi, SEI Torino, 1928
La fontana – monumento “Con Te verso l’alto – Picchi del Pagliaio”

L’importanza di chiamarsi Melania (o Melagna)

La stessa vicenda è stata raccontata con ricchezza di particolari e qualche simpatica notazione personale da Elvira Rolando, la nipote di Silvìŋ e Lureŋsa. La si trova, accanto ad altri episodi della dura vita sui monti del Ciargiùr, nel libro “D’Amore, di Resistenza e d’altre cose”. Si tratta chiaramente dello stesso episodio, ma si vede che il nome mai sentito a Coazze aveva messo in crisi l’anagrafe, perché invece di “Melania” la bambina si trovò registrata come “Melagna”.

“Dietro l’alpeggio du Brürái, c’è un viottolo, è il passaggio obbligato per i rocciatori e gli escursionisti che intendono raggiungere i Picchi del Pagliaio. Su questo viottolo c’era il pilone votivo della nostra famiglia fatto o fatto fare da un nostro avo di nome Tommaso e per questo, il pilone veniva chiamato “pilùŋ di Tumaliŋ”, e tutti noi discendenti “sichì du Tumaliŋ” Da quando ero ragazzina non sono mai più andata fin lassù, ma ho saputo da dei “bulaiùr” che nell’estate del 1984 un fulmine lo rase al suolo ed ora, del pilone, non restano che pochi sassi sparsi per terra. Per fortuna conservo ancora una fotografia che mi ritrae proprio lì davanti in braccio alla mia mamma. I miei cugini, che sono stati lassù tanto tempo più di me e che conoscono meglio le storie che raccontavano i vecchi, parlavano di un alpinista che faceva sovente tappa da loro chiedendo il permesso di dormire nel fienile. Gli andava bene così, anche se il tetto era di “loʃe” e quei fieni grossolani pungevano come aghi. Questo alpinista, di nome Pier Giorgio, arrivava all’imbrunire e a volte aveva con sé un’amica di nome Melagna, dormivano, e al mattino presto partivano per i Picchi. I miei nonni, che abitavano nei locali adiacenti, curiosi com’erano, vollero sapere anche il cognome del ragazzo, lui disse di chiamarsi Frassati. Solo tanto tempo dopo, quando gli anziani non c’erano più, si seppe chi era quel ragazzo. Ora vorrei tanto essere io a potergli dire: “avete dormito vicino a un Santo e non ve ne siete accorti!” Ma quello che dicono sia rimasto impresso nella mente della mia madrina quando era giovane è il nome di lei, Melagna, forse perché era molto bella, e se bella è la persona, diventa bello anche il suo nome e viceversa. Quel nome piaceva talmente tanto alla ragazzina, che sarebbe poi diventata mia nonna, da fargli dire spesso che qualora avesse avuto una figlia l’avrebbe chiamata Melagna. Il destino volle che una Melagna non gli arrivò come figlia, ma come nuora, portata in casa dal figlio Felice, fratello di mio padre Giacomo. La zia Melagna ebbe quattro figli, nati tra “la Rià”, “la Ca veii” e “l’arp du Brürái”, “l’ostetrica” ce l’aveva in casa, come si usava una volta era la suocera, mia nonna Lorenza che la aiutava. Una figlia però, appena nacque, si capì subito che “faceva fatica a vivere”, così la mamma la battezzò e le impose il nome di Lorenzina. “Ti manca solo più di dir Messa!” (Ta mëch pi da di Mëssa!) fu il commento della suocera che vide Melagna impartire il Sacramento. Purtroppo Lorenzina poco dopo morì, ma con il Battesimo poté volare subito tra gli angeli piuttosto che fermarsi per sempre nel Limbo. Mi piace ricordare don Viotti quando alla Grotta celebrò le nozze di Renato, il figlio di Melagna, nella omelia, nel silenzio più assoluto disse: “Durante l’estate del ’49 andai lassù a benedire gli alpeggi e giunto all’arp du Brürái, trovai Lorenza sull’uscio della stalla che mi invitò ad entrare dicendo: “Padre venga a vedere, stanotte è nato un bambino e lo chiameremo Renato”. Io entrai e non vidi Melagna con un neonato, ma vidi la Madonna con Gesù Bambino!” Melania era lì in prima fila nella Grotta e don Viotti, con quella predica, strappò più di una lacrima, non solo a lei, ma anche a tutti noi. “

D’Amore, di Resistenza e d’altre cose, di Michele Rege e Giorgetta Usseglio, Il Graffio, 2019. Sul libro sono pubblicate le fotografie sottostanti.
La piccola Elvira in braccio alla mamma davanti al pilone di “Tumalìŋ”, distrutto da un fulmine nel 1984.
Lorenza Guglielmetto e Silvino Rolando, la coppia che ospitava Pier Giorgio Frassati al Brürái.
La lapide dirime la questione: Melagna e non Melania.

In questa fotografia Pier Giorgio Frassati è circondato dai suoi compagni abituali di escursioni, è probabile che una delle cinque ragazze ritratte fosse la famosa “Melania”, il cui nome colpì profondamente Lorenza. (Foto tratta dal libro “Pier Giorgio Frassati” di D.A. Cajazzi.

Pier Giorgio Frassati, una montagna di fede

Pier Giorgio Frassati nacque il 6 aprile 1901 a Torino da una famiglia della ricca borghesia: la madre, Adelaide Ametis, era un’affermata pittrice allieva di Delleani, suo padre era Alfredo Frassati, noto giornalista e direttore del quotidiano “La Stampa”, che sarebbe divenuto Senatore del Regno nel 1913.

La famiglia Frassati nel giardino della villa di Pollone. Luciana, Alfredo, Pier Giorgio e la mamma Adelaide.

Cresciuto nella casa familiare di Pollone (Biella), Piergiorgio si appassionò presto alle montagne, dove organizzava frequenti escursioni e sciate con gli amici, oltre a recarsi spesso in pellegrinaggio a piedi dalla “sua” Madonna ad Oropa. “Ogni giorno m’innamoro sempre più delle montagne – scriveva ad un amico – e vorrei, se i miei studi me lo permettessero, passare intere giornate sui monti a contemplare in quell’aria pura la Grandezza del Creatore”. Trasferitosi a Torino per gli studi (dopo un primo periodo al liceo classico D’Azeglio, proseguì all’Istituto Sociale dei padri Gesuiti, per poi iscriversi al Politecnico, al corso di ingegneria meccanica con specializzazione mineraria), visse in un periodo in cui la città iniziava un accentuato sviluppo industriale, e venne ben presto a conoscenza delle difficoltà in cui si dibattevano gli operai. Durante il liceo cominciò a frequentare le Opere delle Conferenze di San Vincenzo, dedicando il tempo libero all’assistenza di poveri e diseredati. Negli anni del Politecnico, che lo vide, anche da studente, attivamente impegnato nell’ambiente universitario (fu membro attivo, fra l’altro, della FUCI Federazione Unitaria Cattolica Italiana), diede vita ad un gruppo di giovani che desideravano vivere più a fondo l’amicizia nella fede: «La Società dei tipi loschi», tutt’oggi esistente ed attiva nel ricordo di lui.

L’impegno sociale e politico, che fra l’altro vide Pier Giorgio schierarsi apertamente contro il regime fascista, si svolse principalmente tra le fila del Partito Popolare italiano, fondato da don Luigi Sturzo nel 1919. Partecipò a diverse congregazioni ed associazioni cattoliche: Azione Cattolica, FUCI, Milites Mariae, e fu anche terziario domenicano, con il nome di Girolamo, in memoria di Fra’ Girolamo Savonarola.

Una poliomielite fulminante, probabilmente contratta nelle case dove si recava a prestare il suo aiuto ai poveri, lo condusse alla morte dopo un’agonia di sei giorni, nella sua casa di Torino, la mattina del 4 luglio 1925. Fu beatificato il 20 maggio 1990 da Papa Giovanni Paolo II, in piazza San Pietro, a Roma, in presenza di migliaia di giovani. L salma è conservata nel duomo di San Giovanni Battista di Torino.

“Era venuto a salutarmi in studio prima di partire per la montagna – ricorda il pittore Falchetti – L’ho ancora negli occhi quale allora lo vidi. In pieno assetto alpinistico, era magnifico: tanto bello che non solo lo feci posare in mezzo allo studio, ammirandolo da ogni lato, ma mi sporsi dal terrazzo per poterlo ancora vedere per la strada”. (Pier Giorgio Frassati, di D. A. Cojazzi, pag. 193).

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