Mestieri che la bisnonna ricorda: “feracavàl, mülinèi e misdabò”

Cap. 8°/1 – La Valsangone raccontata ai ragazzi … dalla bisnonna Livia Picco

Le attività nelle borgate e nei paesi non erano limitate alla cura dei campi e del bestiame. Ogni giorno dal mattino alla sera si sentivano le martellate rumorose dei fabbri, i colpi leggeri e rapidi dei calzolai, lo stridere delle seghe e delle pialle in falegnameria.

I contadini costruivano e riparavano i loro attrezzi, ma quando non avevano tempo e avevano bisogno di riparazioni complesse ricorrevano agli artigiani. C’era, infatti, chi fabbricava zoccoli, chi botti, chi mobili. Al Selvaggio c’erano gli specialisti dei rastrelli. Quelli capaci di costruire o aggiustare i telai e i loro pezzi di ricambio erano veramente pochi. Per le parti metalliche delle falci e degli altri attrezzi, a Giaveno, da secoli c’erano le “bòite”, le officine dei fabbri così annerite dal fumo da sembrare gli antri degli orchi.

La prima cosa che saltava agli occhi, entrando, era la forgia con le fiamme del braciere tenuto acceso dal soffio del mantice. Sulla forgia si arroventavano i pezzi di metallo, che poi deposti sull’incudine venivano battuti con il martello. I colpi assordavano le orecchie, rintronavano nel cervello e tutto il quartiere ne risuonava. In questo modo anche i metalli più duri diventavano morbidi e pieghevoli. Sotto i colpi dei fabbri nasceva una quantità di cose piccole e grandi: dalle cancellate sottili come ricami alle chiavi, ai paioli, alle casseruole, alle padelle bucherellate per arrostire le castagne, ai chiodi. Allora l’acciaio inossidabile non regnava ancora nelle nostre cucine.

Un altro luogo di lavoro poco attraente era quello del maniscalco (il “feracavàl”) che era il “pedicure” degli equini: cavalli, muli, asini. La sua officina puzzava di bruciato e, a volte, era piena di fumo. Il “feracavàl” metteva i ferri detti “ciapìń” o “chiapìń” sotto gli zoccoli dei cavalli per evitare che questi si logorassero sulle pietre delle strade. Quando era necessario curava anche le malattie, le infezioni degli zoccoli, limava gli unghioni. E usava i chiodi e la fiamma. Niente paura: gli zoccoli dei cavalli, come le nostre unghiette, non sentono dolore. Il problema era tener fermo l’animale e impedire che tirasse un gran calcio al povero “feracavàl”.

Una scena di mascalcia tratta dal film “Piccola tragedia” di Luciana Walter Pauluzzo

Di tutt’altro genere il lavoro del mugnaio (“lu mülinèi”) che aveva sempre i capelli bianchi di farina. Il suo era un lavoro pulito. La polvere che lo circondava non era sporcizia, ma farina commestibile. Il suo lavoro era importantissimo perché, allora, ogni famiglia produceva un po’ di grano, segale, orzo per le sue necessità e perciò doveva portarli al mulino per macinarli. Spesso i proprietari dei piccoli mulini avevano anche un po’ di campagna e mucche: condividevano le speranze e i timori dei loro clienti.

E poi il mulino! Per i bambini era un ambiente affascinante e misterioso con gli ingranaggi e la grande ruota che girava, annidato nel fondovalle, tra ombre, alberi e scrosci d’acqua.

In Valsangone erano tanti i mulini (15 soltanto nel Comune di Giaveno nel 1868).

Molte località portano ancora il nome di “Molino” anche se gli edifici sono stati trasformati. Per esempio sulla strada per Valgioie, sulla strada per Indiritto e nella valle del Romarolo.

Il mulino più vicino per la bisnonna era quello di Pròdigo e Mentín lungo l’Ollasio giovane, sotto la borgata Mariń. Poi quello dell’Arné (Ernesto) più a valle, sempre sull’Ollasio, vicino al Selvaggio. Dovete sapere che il mulino di Prodigo si trovava poco lontano dal sentiero che la bisnonna percorreva per andare a scuola alla borgata Rosa (“la Rià di Rö∫a”), dove c’era una pluriclasse per le tre prime classi elementari. In primavera, quando il venticello scuoteva le foglioline appena nate, la bisnonna avrebbe voluto guardare da vicino la ruota, ma non osava avvicinarsi per tre motivi: aveva soggezione dei mugnai, temeva il cane biondiccio che faceva la guardia e, soprattutto, aveva la coscienza sporca. Proprio così!

Accanto al mulino c’era una grande pozza d’acqua circondata da argini di terra su cui cresceva l’erba, noi la chiamavamo “stënci”. Quando la bisnonna con il grembiule e la cartella dal sentiero guardava la “stënci”, lievemente increspata dal venticello, non sempre resisteva alla tentazione di gettarvi dentro dei sassi e godersi lo spettacolo degli spruzzi e dei cerchi che si allargavano silenziosi nell’acqua. Qualche volta usciva uno dei due mugnai e gridava: “Ohi!” e lei scappava. I mugnai periodicamente svuotavano la pozza, la ripulivano dai legnetti, dalle foglie e dalle pietre, anche da quelle tirate dalla bisnonna! Tuttavia la voglia di vedere la ruota da vicino diventava sempre più grande. E una volta rischiò. Suo padre si era messo in spalla un sacco di grano e stava per avviarsi al mulino. Lei gli gridò: “Vengo anch’io”. Lo seguì passo passo, combattuta tra la voglia di vedere la ruota e la paura che i mugnai si lamentassero dei sassi con suo padre. Che guai per lei se avessero raccontato! Lei guardava la ruota e gli ingranaggi con le orecchie attente ai loro discorsi. Parlavano di mucche, di raccolti, di farine, di rese (che cos’erano “le rese”?) Non dissero niente delle sue malefatte. Lei si incantò davanti alla grande ruota che pescava l’acqua e girava, girava.

Di tutti i mulini della valle ora ne resta uno solo con gli ingranaggi a posto, tanto che vanno gli scolari a visitarlo. È il mulino della Bernardina (o du Bernardìń) alla Buffa.  La Bernardina era la mugnaia rimasta vedova da giovane, che seppe gestire il mulino e la famiglia con grandi capacità. È uno dei mulini più vecchi della valle, risale al 1600 e fu più volte allargato e rimodernato. Lavorò fino al 1990 ed è ancora tenuto in efficienza per le scolaresche e particolari occasioni. Un monumento al lavoro dei nostri antenati.

La bisnonna ricorda che i suoi e i vicini portavano i cereali a macinare ai mulini di Prodigo o dell’Arné, ma le farine e la crusca per il bestiame li compravano dalla Bernardina che commerciava anche in granaglie, come l’altra famosa commerciante giavenese, “la Büdìna”.

pag. 85 I tanti mulini a pietra che macinavano le farine prodotte in zona sono a poco a poco spariti. Resta attivo, grazie all’impegno dei proprietari, il mulino della Bernardina, alla Borgata Buffa di Giaveno.
pag. 85 Il “Müliń du Détu ”, risalente al 1218, era l’antico mulino abbaziale di Giaveno. È oggi restaurato e visitabile, ma non produttivo. (Collezione cartoline d’epoca di Carlo Giacone)

Accadeva che al sabato, la bisnonna bambina accompagnata dalla mamma o dal papà, dopo aver comprato le scarpette al mercato di Giaveno, passava dalla Bernardina. Mentre i suoi ordinavano la “roba” necessaria, lei si guardava intorno incantata dai movimenti ritmici degli ingranaggi. Era un grande mulino! Fantastico! Tutto le piaceva, a cominciare dalla casa e dal cortile, che aveva i fiori lungo i muri e nei vasi sui balconi. La Bernardina mandava un carro a trasportare i sacchi fin dove arrivava la strada, poi essi, a spalla, giungevano a destinazione. Naturalmente queste pacifiche e ordinarie abitudini furono sconvolte dalla guerra. Le farine, colpite dalla scure della tessera, non si vendevano più liberamente. E avventurarsi per strada con un sacco di farina, trovato avventurosamente alla “borsa nera”, ossia di nascosto, era pericolosissimo. Molto apprezzati erano i falegnami (“misdabò”) che fabbricavano non solo i mobili ma una quantità di altre cose: balconate intere, porte, botti, carri, mastelli e zangole per fare il burro. A quel tempo i mobili non si acquistavano nelle belle esposizioni illuminate o via Internet. Si andava dal falegname conosciuto, con le misure del mobile desiderato, e il falegname eseguiva i pezzi, tagliando e piallando le assi, poi li montava ad incastro.

Pag. 85, Luigi Allais, padre di Consolato, all’opera nella sua bottega da “misdabò” (falegname) a Coazze.

Anche gli sposi non acquistavano l’intero arredamento della casa. Se erano meno poveri o tenaci risparmiatori, compravano i mobili della camera da letto, altrimenti, solo una credenza, un letto, un guardaroba. A volte la sposa portava in dote un mobile, per esempio un cassettone (“lu bürò”). Gli sposi andavano a vivere in una casa senza mobili? No, andavano in famiglia, cioè nella casa del padre dello sposo e lì i mobili c’erano già, sia pure pochi e spartani. Certo non si discuteva sul “mi piace o non mi piace”. Ci si adattava e basta. I falegnami erano orgogliosi della qualità e robustezza dei loro manufatti che dovevano durare per generazioni: di legno massiccio, rigorosamente fatti a mano.

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