10 maggio 1944: come e dove morì Mario Davide, partigiano di Piossasco?

Mercoledì 10 maggio 1944, alle ore 3,40 comincia l’ultima giornata terrena del partigiano piossaschese Mario Davide. Grazie alle testimonianze di familiari e conoscenti e all’impegno del Gruppo di ricerca sulla storia e la cultura popolare di Piossasco la sua biografia, prima del giorno fatale, è nota e dettagliata, ricostruita nel volume Una scelta partigiana del 1982: contadino, studente dai Salesiani, operaio, alpino.

Maggiori dettagli sulla vita di Davide Mario, oltre che sul libro Una scelta partigiana, si trovano sul sito 3confini e si ricavano dal filmato sulla Resistenza a Piossasco.
Una scelta partigiana è dedicato a Luigia Garello, la mamma di Mario Davide. Ampi passi del diario e del libro sono riportati nel sito 3 confini. Il libro, pubblicato nel 1982 e ristampato nel 2005, si deve al Gruppo di ricerca sulla storia e la cultura locale di Piossasco, costituito da Adriano Andruetto, Rosina Borgi, Adriano Brero, Luciana Gonella, Daniele Jalla, Sergio Lanza, Ezio Marchisio, Solutore Marocco, Enrico Martinatto e Lidia Sinchetto.

Il momento cruciale della sua scelta partigiana è ben documentato nel diario che scrive dall’8 al 25 settembre 1943: era soldato alpino nell’entroterra di La Spezia, viene catturato dai tedeschi, riesce a fuggire e a raggiungere Piossasco. Sul Monte San Giorgio e alle Prese organizza un primo gruppo resistente, poi si aggrega alla formazione di Sergio De Vitis. Il diario di quest’ultima esperienza, che aveva con sé, probabilmente è stato sequestrato o distrutto dai suoi uccisori.

Il diario che Mario Davide redige dall’8 al 25 settembre 1943 è lo specchio del disorientamento dei militari di fronte alla reazione tedesca all’armistizio proclamato da Badoglio. Ma subito si delinea un percorso di ribellione al sopruso nazista e la volontà, direi la necessità, di organizzarsi per resistere. In questo contesto matura la “scelta partigiana” di Davide Mario e di tanti suoi compagni. Con ogni probabilità continuò a tenere nota della sua esperienza partigiana, ma i diari successivi sono stati sequestrati o distrutti dai nazifascisti che lo uccisero.

Si sa che nella primavera del 1944 Mario Davide era dislocato nella borgata Sangonetto, ospitato e aiutato da una coppia di anziani e supportato da una certa Lidia. Agile e prestante lo chiamavano “Tarzan”. Custodiva un deposito di carne nel cubicolo seminterrato che faceva da presa per la sorgente della borgata ed era particolarmente fresco.

Borgata Sangonetto in una cartolina d’epoca. Mario Davide era ospitato nella casa in fondo a destra.
A lato del pino si intravede il casotto che ospitava la sorgente del lavatoio e fungeva anche da ghiacciaia per i viveri dei partigiani.

Ma soprattutto, visto il brevetto da minatore conseguito sotto le armi, aveva minato il ponte sul Sangonetto, con l’ordine di farlo saltare in caso di attacco tedesco. I nazifascisti arrivarono il 10 maggio 1944. Da tempo la Linea Gustav scricchiolava sotto la pressione degli Alleati (la sfonderanno il 18 maggio e arriveranno a Roma il 4 giugno), i nazisti e i repubblichini a fine aprile diedero il via ad una serie di rastrellamenti che avrebbero dovuto stroncare la resistenza partigiana, sempre più numerosa e agguerrita. Una spina nel fianco che assorbiva uomini e risorse.

I partigiani sapevano che in aprile c’erano stati sistematici rastrellamenti nelle valli del cuneese. Erano informati, ma non preparati. L’Operazione Abicht (in tedesco indica “astore”, un uccello rapace) portò in valle almeno 2000 uomini e una nuova strategia che colse di sorpresa i partigiani della Val Sangone. Alcune compagnie di SS italiane, i metropolitani del tenente Saia e un pattuglione di carabinieri, che avevano aderito alla GNR, arrivarono come al solito su mezzi meccanici da Avigliana e Orbassano. Ma devastante fu l’arrivo a sorpresa di quattro compagnie di Alpenjager, praticamente gli alpini tedeschi addestrati alla guerra di montagna. Scesero dal Col Bione e dal Colle della Russa, sotto una luna quasi piena, e colsero di sorpresa i partigiani all’alpeggio Sellerì e alla Palazzina Sertorio, dove Giulio Nicoletta riuscì a resistere, fino poi a sganciarsi al sopraggiungere della nebbia. Vi furono forti perdite.  Era mancata la copertura o almeno l’allarme, che avrebbero dovuto dare i partigiani di Marcellin in Val Chisone. Anche la distruzione dei ponti di Sangonetto e Ponte Pietra, che avrebbe dovuto precludere ai rastrellatori le vallate di Forno, Indiritto e della Maddalena, non ebbe l’esito previsto. Gli esplosivi fecero cilecca: il ponte di Pontepietra rimase intatto e quello di Sangonetto parzialmente danneggiato. Se immaginiamo il caos che dovette scatenarsi in quella giornata disastrosa, con decine di morti e di case incendiate, con nemici che sbucavano da ogni parte e informazioni che non arrivavano, non c’è da stupirsi che la ricostruzione delle ultime ore di Davide Mario, che si trovò al centro del conflitto, sia stata lacunosa e contraddittoria. E la lapide apposta sul pilone di borgata Oliva a Forno, imprecisa nella data di nascita e con la sua morte datata al 9 maggio 1944 contribuisce a creare confusione.

Mario Davide… Il ricordo, l’attacco, e la sua vita… “”. . . Mario Davide era un guastatore, conosceva molto bene come minare strade e ponti, lasciò la formazione e con pochi uomini addetti alla mansione, si stabilì a Sangonetto, a quel tempo la strada era una sola, quella che porta al Forno di Coazze, a Pale c’era solo la mulattiera.
Mario aveva il compito di minare la strada e il Ponte sul Sangonetto per farlo saltare in caso di attacchi.
Mercoledì 10 maggio 1944, alle ore 3,40 scattò l’allarme. Era il rastrellamento tanto temuto. Mario era di guardia al ponte, accese la miccia con il comando a distanza ma qualcosa non funzionò, decise a quel punto di farlo saltare con una miccia a mano, nonostante fosse sotto il fuoco tedesco.
Ci riuscì!
Bloccò per un po’ di tempo l’avanzata, per permettere agli altri partigiani la ritirata. Nel ritirarsi rimase ferito ad una gamba, i tedeschi ormai avevano guadato il fiume a piedi e con i carri, non cedette, sparò e morì con il volto rivolto al nemico…
Mario Davide ci lasciò così, generosamente come aveva sino ad allora vissuto!

(Bruno Pautasso, Giulio Nicoletta) – Questo articolo è stato autorizzato da Nino Criscuolo, generale degli Alpini in pensione, e dal comandante della 43esima Divisione Sergio De Vitis.”

Anche se ha firme autorevoli questa versione della morte di Mario Davide non è attendibile. Lascia capire che morì a Sangonetto, presso il ponte da lui fatto esplodere, mentre è dimostrato che venne ucciso ad alcuni chilometri di distanza, alla borgata Ruata di Forno. Per questo motivo anche il particolare della ferita alla gamba non convince, visti i chilometri percorsi poi a piedi.

Dal libro Una scelta partigiana: “Quel 10 maggio 1944 Mario Davide è a guardia del ponte di Sangonetto, da lui minato nelle giornate precedenti.
Nel corso della mattinata, mentre il nemico incalza, fa saltare il ponte, bloccando per un certo tempo l’avanzata e permettendo ai compagni di ritirarsi e di cercare scampo nella fuga.
Data la confusione e la tragicità del momento, le versioni dei testimoni sulle circostanze della sua morte sono contrastanti. La sorpresa ha disorientato i suoi compagni:
«È stato lì che qualche ragazzo, dopo i primi colpi si è ritirato, poi magari ha di nuovo attaccato, ma è mancato quel polso… Diciamolo pure, lui è rimasto solo, si è difeso molto bene, si è difeso come ha potuto, è stato colpito, è stato ucciso lì. Secondo quello che ho potuto sapere io, è stato ucciso lì. L’abbiamo trovato altrove, perché è stato spostato dai borghesi… Se avessero trovato dei morti, dei partigiani, avrebbero bruciato le case. » (Bruno Pautasso)
«Ha tenuto testa da solo ai carri armati finché non sono scesi a guado nel torrente, poi è riuscito ad andarsene, che non aveva più munizioni… è risalito fino alla frazione Ruata, lì i tedeschi l’hanno incontrato… l’hanno ucciso lì. Per informazioni inesatte da parte dei valligiani è andato a finire in bocca ai tedeschi.» 
(Albino Colombaro)
Le testimonianze concordano sul fatto che Mario è rimasto praticamente solo a far fronte agli assalitori. Dei valligiani trovano il cadavere e lo nascondono seppellendolo sotto poca terra per evitare rappresaglie.”

In questo brano la testimonianza di Bruno Pautasso si fa meno sicura (“Secondo quello che ho potuto sapere io, è stato ucciso lì.”) e anche la giustificazione che sia stato trovato altrove perché “spostato dai borghesi” non quadra, non si sposta una salma di diversi chilometri su sentieri di montagna! La testimonianza di Albino Colombaro (“non aveva più munizioni”) contrasta con quella del fratello di Mario, Eraldo, che in una intervista, riportando quanto visto da un testimone oculare, parla di una feroce resistenza del fratello a borgata Ruata, anche col lancio di bombe a mano.

Don Giuseppe Marabotto nel libro “Un prete in galera” cita una lettera ricevuta il 26 aprile 1953. Il racconto della fine di Mario ricalca quanto raccontato dal fratello Eraldo, che aggiunge il particolare che raggiunse la borgata Ruata con una decina di compagni, che si arresero, lasciandolo solo a compiere una disperata resistenza, fino alla morte.

Un prete in galera, don Giuseppe Marabotto, 1953, Ristampa Edizioni Baima & Ronchetti, 2023

Il filmato è stato caricato su YouTube 11 anni fa e inquadra la vicenda di Mario Davide nel panorama più ampio della Resistenza a Piossasco e zone limitrofe.
La testimonianza di Eraldo Davide e la lettera a Don Marabotto, letta da Cesare Di Donna , ricostruiscono in modo esaltante, ma non del tutto convincente le ultime ore di Mario Davide.

Scremando dalle testimonianze gli elementi più contraddittori e col supporto di quanto raccolto da Elio Ruffino tra la gente della sua borgata Ruata (“l’Arià du Forn”) i fatti salienti dell’ultimo giorno di vita del partigiano Mario Davide sono i seguenti:

Era di stanza in borgata Sangonetto, ospite di una coppia anziana che lo aveva preso a ben volere. Era chiamato “il biondo di Piossasco” e anche “Tarzan”.

Aveva minato l’arcata in muratura del ponte sul Sangonetto, che aveva un’altra campata con traversine di ferro meno vulnerabili. Il ponte era strategico, vi passava l’unica strada carrabile per accedere all’alta valle del Sangone.

Questa immagine risale ai primi del Novecento, prima che esistesse la borgata Sangonetto. Ma il ponte c’era già e si vede che era costituito da due campate. Quella verso la borgata era costituito da travi metalliche, quella verso Coazze era un arco in muratura, che Mario giudicò più facile da demolire e quindi pose lì le sue mine.

Il rastrellamento era previsto, ma non si sapeva la data precisa e il sistema di sentinelle e staffette che avrebbero dovuto dare l’allarme e portare gli ordini non funzionò.

Mario Davide si trovò di fronte i rastrellatori inaspettatamente. Fece saltare il ponte, con ogni probabilità dovette innescare a mano una miccia che non era partita. Se riuscì a venirne fuori quasi incolume si deve ipotizzare che non fosse ancora giorno.

La distruzione del ponte risultò meno decisiva del previsto, perché i mezzi corazzati e i nazifascisti guadarono il torrente e proseguirono verso Forno.

Non potendo muoversi lungo la carrabile di fondo valle, che comunque allora arrivava fino “an Përtüs” e non a Forno, Mario raggiunse a piedi la frazione Cervelli e proseguì lungo un sentiero a mezza costa  verso Forno, per ricongiungersi al suo reparto, comandato da Sergio De Vitis, senza sapere che era stato decimato dagli Alpenjager scesi dal Colle della Russa. Forse per questo, arrivato alla borgata Ruata non ascoltò i consigli dei borghigiani che lo invitavano a proseguire verso i Picchi del Pagliaio e preferì avviarsi verso borgata Oliva. I testimoni che parlano di “indicazioni sbagliate” dei borghigiani non so su quali elementi basino questa accusa.

Il tracciato approssimativo del percorso di Mario Davide che, dopo aver fatto saltare il ponte di Sangonetto, cerca di ricongiungersi ai compagni verso Forno, ignaro che sono stati decimati dall’attacco a sorpresa degli Alpenjager da monte.
L’itinerario di fuga di Mario Davide da Sangonetto è stato ricostruito in modo dettagliato da Elio Ruffino (originario di borgata Ruata) su una carta IGM, tenendo conto dei sentieri e delle testimonianze.

Un’altra affermazione non supportata è quella del fratello Eraldo, che in un’intervista dice che Mario era con 10 compagni, che si arresero subito, lasciandolo solo a combattere. Nel ricordo dei borghigiani Mario Davide arrivò solo a Ruata. Se c’erano dei partigiani prigionieri probabilmente non vennero fatti in quell’occasione, ma erano già stati catturati prima dalla pattuglia di rastrellatori che Mario si trovò improvvisamente di fronte all’uscita della borgata Ruata.

Lo scontro a fuoco lo vide soccombere, ferito dalle armi da fuoco e finito coi calci dei fucili. In quell’occasione andò perduto il diario che stava scrivendo. Mio zio Pietro fu uno dei primi a trovarlo e ricordava il macabro particolare d’un occhio penzolante dall’orbita. I nazifascisti, come monito e ulteriore spregio, obbligavano a lasciare insepolti i “ribelli” uccisi per almeno tre giorni.

Appena possibile Silvino Rolando, proprietario del terreno in cui era stato ucciso, e Severino Ruffino (Severìŋ da Ca’ Nova), tuttofare e che faceva le casse da morto della borgata, lo hanno seppellito alla belle meglio a fianco della mulattiera. Quando i genitori, Mattia e Luigia, otto giorni dopo sono saliti a Ruata l’hanno trovato sotto “un palmo di terra”.

Finita la guerra il corpo è stato rimosso e tumulato nell’Ossario. Ai genitori che avrebbero voluto portarlo a Piossasco il comandante Falzone ribatté “Da vivo era vostro, ma da morto è nostro”.

Foto tessera di Mario Davide, conservata all’Ossario di Forno di Coazze.
Esumata da borgata Ruata, la salma di Mario Davide è stata tumulata nell’Ossario di Forno che accoglie 98 dei caduti nella lotta di Liberazione.

Sul posto rimase una lapide che riportava il nome, la data e la dicitura “caduto per la libertà”.

Quando la mulattiera che arrivava a Ruata è stata sostituita dalla strada, si è creata una scarpata e la lapide è andata distrutta.

La freccia indica con precisione il luogo dove Mario Davide è stato temporaneamente sepolto.

Forse un po’ frettolosamente si è affissa una lapide ricordo a un pilone della borgata Oliva, distante qualche centinaio di metri. Una lapide che gli attribuisce (senza altri riscontri) il grado di tenente e che oltretutto riporta luglio e non giugno come mese di nascita e il giorno 9 maggio e non il 10 come data di morte.

La lapide che ricorda Mario Davide è stata posta sul pilone di borgata Oliva, in un luogo che non ha niente a che fare con la sua uccisione. Il grado di tenente è arbitrariamente attribuito, la data di nascita esatta è 17 6 1922 e quella di morte corretta è 10 5 1944.

Sono passati 80 anni dall’uccisione di Mario Davide, per rispetto del suo sacrificio eroico e della verità storica bisognerebbe collocare una lapide, con i dati corretti, nel luogo dove effettivamente è caduto.


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